9 aprile 2009

Chiti: È lo stato etico a fare paura

Ho letto con interesse quanto ha scritto l’8 aprile Andrea Simoncini, che conosco e stimo, in risposta ad un mio intervento su Europa riguardo al testamento biologico. La convinzione che ho espresso e ribadisco è di riscoprire la centralità della persona. Il punto cruciale dello scontro in questa ed altre leggi etiche non mi pare tuttavia che sia questo, bensì il riconoscimento dell’autodeterminazione, cioè della libertà e responsabilità di ognuno di noi di fronte a decisioni che riguardano i confini tra la vita e la morte.
Ritengo utile il dialogo con Andrea Simoncini, da una parte perché penso sia positivo sviluppare un confronto rispettoso su temi così importanti; dall’altra perché mi permette di chiarire ulteriormente il mio pensiero sul concetto che nell’articolo ponevo al centro del mio ragionamento: l’autodeterminazione della persona.
La vicenda di Eluana ha commosso e colpito tutti noi, quali che fossero le convinzioni assunte nel merito: lo sforzo da compiere ora è però quello di approvare una buona legge — quella uscita dal Senato non lo è — senza farsi condizionare da emozioni di opposto segno.
Il pensiero di Simoncini è chiaro: nel casa in cui una persona, avviata verso la fine della vita, sia incapace, perché non cosciente, di decidere come concludere i propri giorni, verrebbe meno automaticamente la sua autodeterminazione. Nessuno in quella circostanza può sapere cosa avrebbe scelto. Penso invece — sta qui una differenza con Simoncini — che il diritto all’autodeterminazione è il riconoscimento della capacità di scelta della persona e proprio la dichiarazione anticipata di trattamento lo rende possibile per il momento della nostra vita nel quale potremmo essere privati di consapevolezza e coscienza.
La volontà scritta e confermata permette di conoscere la scelta che una persona ritiene giusta, anche quando non sia più nella condizione di esprimerla. Alla persona spetta la decisione su cosa accettare e cosa rifiutare nei giorni che segnano la fase conclusiva della sua vita. Non certo allo Stato.
Quando ho scritto che «la legge deve consentire alla persona, ai fiduciari da essa scelti, alla comunità di affetti, di amicizia, di fede che le è vicina, d’intesa coni medici, la decisione responsabile», credo fermamente che in questo concretamente si attui il principio della scelta autonoma di ogni persona.
Sono io che scelgo nel pieno delle mie facoltà, libertà e responsabilità, a chi affidare l’attuazione della mia volontà per la fase finale della vita: è autodeterminazione anche scegliere chi rappresenterà ciò che per me ritengo sia giusto, in circostanze nelle quali io non sia più nelle condizioni di poterlo direttamente rappresentare. D’altronde la legge non rende i medici meri esecutori delle mie scelte.
So bene che possono intervenire novità nella scienza e che un male, oggi incurabile, può domani essere affrontato. Oppure che una cura oggi pressoché inutile, possa essere sostituita da altre efficaci.
In tali circostanze il medico può chiedere l’intervento di una commissione etica che valuti se esistono le motivazioni per modificare una volontà affidata ad un fiduciario. In questi casi sarebbe per me certamente legittimo farlo.
Ma anche questi casi devono essere affrontati non dallo Stato bensì da medici e da persone che hanno avuto un incarico fiduciario. Per questo concludo invitando ancora a non aver paura dell’autodeterminazione della persona, ma di forme comunque ripresentateci di stato etico.

Vannino Chiti

 

8 aprile 2009

Ecco l’articolo scritto su ‘Europa’ dal professor Andrea Simoncini, docente dell’Università di Firenze, in risposta al primo intervento di Chiti

Chiti ha ragione, ma non è stata Eluana a decidere per séVannino Chiti su queste colonne ha richiamato tutti a «riscoprire il personalismo» e lo ha fatto con quel tono pacato e ragionevole che chi lo conosce sa essere espressione non solo del suo temperamento, ma, direi soprattutto, della sua cultura politica.
Vorrei, dunque, replicare ad alcuni dei suoi argomenti, consapevole che su altri mi trovo del tutto d’accordo. Innanzitutto, concordo con lui che oggi quello che è veramente «sotto attacco» — da parte della politica, ma non solo — è la dimensione «personale» dell’esperienza umana.
La “pre-esistenza” della persona rispetto allo stato, al diritto, all’economia è uno dei punti imprescindibili, mettendo in discussione il quale qualsiasi aberrazione diventa possibile.
Chiti ha, poi, altrettanta ragione quando differenzia radicalmente il «personalismo» solidale – nostra radice comune — dall’individualismo egoista, oggi imperante ed imperativo, ricordando che l’«io (…) non è pensabile al di fuori di una relazione con gli altri».
Dov’è il punto nel quale — a mio avviso — c’è un “salto” nel ragionamento? Quando da questi concetti si passa all’idea di «autodeterminazione».
È qui che emerge un fraintendimento, se è vero, che io sono stato — e sono — contrario, ad esempio, alla soluzione giudiziaria nel caso Englaro proprio per la chiara, patente, tragica perché irreversibile, violazione dell’autodeterminazione di Eluana.
Penso che l’ambiguità di fondo emerga quando Chiti dice «la legge deve consentire alla persona, ai fiduciari da essa scelti, alla comunità di affetti, di amicizia, di fede che le è vicina, d’intesa con i medici, la decisione responsabile».
È qui che si nasconde una possibilità di uso del tutto equivoco di quella autodeterminazione che è sicuramente un valore da difendere: quando la persona è cosciente e consapevole non ci sono dubbi che possa e debba decidere. Ma quando la persona non è cosciente? Se non è cosciente è chiaro che non siamo nel campo della autodeterminazione, per la semplice ragione che non sappiamo cosa vuole. Possiamo, caso mai, sapere cosa «ha voluto». Ma come dimostra l’esperienza di ognuno prima ancora che i sacri principi del diritto, il fatto che io abbia dichiarato tre anni fa, o l’anno scorso, cosa vorrei o non vorrei mi fosse fatto in caso di malattia gravissima, questo non vuol dire che adesso, dinanzi alla concreta decisione di morire, valga allo stesso modo in cui valgono le scelte che ho preso sulla mia eredità.
Nel caso di Eluana è per me evidente che lei non aveva detto nulla di chiaro e di esplicitamente riferibile alla sua morte, la decisione 1’ha presa il padre al posto suo con l’assenso dei giudici: e questo è il contrario logico de1l’autodeterminazione.
Quando la decisione riguarda la vita di essere umano e, lo ripeto, non abbiamo una sua scelta consapevole ed attuale, una posizione personalista e in difesa della sua autodeterminazione, non può che appellarsi al principio di precauzione: in caso di incertezza o di dubbio occorre adottare la scelta che “protegge” il soggetto, non quella che lo “distrugge”.

 

Andrea Simoncini

 

4 aprile 2009

Articolo pubblicato su “Europa”
di Vannino Chiti

Riscopriamo il personalismo

Dopo la discussione al Senato sul testamento biologico è bene tentare di fare chiarezza su ciò che ci divide, non soltanto per i rapporti tra le forze politiche ed ancor più tra istituzioni e società, ma anche per un confronto con l’area cattolica.
È necessario che la Chiesa avverta cosa è realmente in gioco: una incomprensione della soggettività delle persone mette in discussione impostazioni del Concilio Vaticano II con le quali le nostre generazioni sono cresciute, al di là della scelta di fede singolarmente operata. Voglio dire che su questo terreno la Chiesa misura un rapporto, o una drammatica distanza, con le persone che oggi affrontano la straordinaria esperienza della vita.
Non si può dunque rifiutare questo confronto, dietro la dichiarazione solenne del dovere di testimoniare verità di fede, di un servizio al bene della persona anche quando esse risultino incomprese e disattese. Non di questo si tratta.
Lo scontro non riguarda il riconoscimento della centralità della persona, della sua dignità e neppure il bene prezioso rappresentato dalla vita umana, da ogni vita nella sua irripetibilità: al centro vi è la scelta dell’autodeterminazione, la libertà e responsabilità di ognuno di noi di fronte a decisioni che riguardano i confini – talora anche scientificamente non del tutto chiariti – tra la vita e la morte.
Nessuno di noi è signore della vita, nessuno ha il diritto di dare o di darsi la morte: se fosse così, lo Stato potrebbe avere nelle sue mani quel diritto alla pena di morte, che invece, oltre ad essere una barbarie, è senza fondamento di legittimità.
Ma la persona viene prima di ogni Stato ed è più importante di ogni istituzione: è solo a lei che deve essere affidata la scelta di come concludere i giorni della sua vita, una volta che il cammino verso la morte sia stato irrevocabilmente intrapreso.
Il legislatore, lo Stato, una istituzione religiosa non possono sostituirsi alla nostra singola volontà e responsabilità. Non può venire dal cattolicesimo una torsione verso uno Stato etico, che segnerebbe, di nuovo, il ripiegamento su una visione residuale e strumentale della democrazia.
Nella Costituzione sono affermati due diritti, non subordinabili l’uno all’altro nel loro valore: quello alla vita e quello al rifiuto dell’accanimento terapeutico.
Chi può decidere, di fronte a situazioni concrete, nessuna uguale ad un’altra, a quale di essi dare la priorità? Non certo lo Stato. La legge deve consentire alla persona, ai fiduciari da essa scelti, alla comunità di affetti, di amicizia, di fede che le è vicina, d’intesa con i  medici, la decisione responsabile.
Assumere l’autodeterminazione della persona consente di sviluppare una azione culturale capace di sconfiggere ogni visione edonistica, di egoismo individuale e di sostituirla con un “io” solidale, non pensabile al di fuori di una relazione con gli altri.
La destra italiana, nella sua parte largamente prevalente, non condivide questa affermazione, che pure dovrebbe costituire la base comune per relazioni corrette tra Stato, politica, religioni.
Oggi, in Italia, la destra offre alle gerarchie ecclesiastiche un patto fondato da un lato su di una sorta di sorveglianza “superiore” sulle leggi di natura etica, su di una specie di protettorato morale cattolico che sostituisca, aggiornandolo, un non riproponibile potere temporale; dall’altro, e in cambio, richiede un sostegno nell’orientare su di essa i consensi, o quantomeno il via libera ad una riduzione del messaggio evangelico a impalcatura della sua identità.
Né sembra che settori della Chiesa siano sordi di fronte a queste offerte.
È un’idea piccola dell’Italia e della Chiesa quella che muove una tale impostazione: dell’Italia, perché si illude di separarla dall’Europa e dal mondo; della Chiesa perché ne snaturerebbe la missione universale, la capacità di rivolgersi all’umanità, nei vari continenti, di dialogare con la scienza senza il rischio – talora già visibile – di nuove incomunicabilità.
La via giusta non è quella di una Chiesa coinvolta in uno schieramento politico, che sia di destra o di sinistra, ma quella del reciproco rispetto e della reciproca autonomia; del confronto di merito; della laicità dello Stato che nei tempi moderni è l’unica garanzia anche per la libertà della Chiesa.
Nessuno deve avere paura della libertà e della responsabilità della persona: per un credente rappresentano il più grande dono di Dio, perché in esse vi è un segno del suo amore. E per quanti non sono credenti, la libertà e la responsabilità della persona rappresentano l’essenza della dignità umana.
In questo riconoscimento sta dunque la base comune per una convivenza più ricca, per costruire insieme un nuovo umanesimo, per rendere più forte la democrazia.

Vannino Chiti