Conosco Paolo Fontanelli da tanto tempo. Ne sono amico e lo stimo, ancor più per l’esperienza di lavoro insieme, gomito a gomito, dal 1995 al 1998, lui assessore alla presidenza e al lavoro nella giunta regionale, io presidente della Regione. Insieme abbiamo anche affrontato la ricostruzione di Cardoso e Fornovolasco, dopo la tragica alluvione del giugno ‘96 sperimentando con successo un modello di protezione civile e di riorganizzazione del territorio, ma anche di positivo rapporto con le popolazioni.
Ero certo, come è avvenuto, che avrebbe fatto il sindaco di Pisa con impegno, capacità, passione. Il libro che ha pubblicato con Gianfranco Micali – “Pisa dei Miracoli”, Donzelli – non racconta soltanto dei suoi dieci anni di sindaco di Pisa ma, partendo da essi, ci sollecita a riflettere sulle città, in qualche modo sulla forma della democrazia, cioè sulla capacità di fare partecipare i cittadini e di saper decidere. Un libro bello, facile a leggersi, utile. Ecco perché ribadisco – non solo perché lo faccio anch’io – che uomini impegnati nella politica e nelle istituzioni si misurino con lo scrivere dando forma alle loro riflessioni, alle loro esperienze, assumendosi la responsabilità di un confronto meno circoscritto, di quello consentito da un talk show televisivo. La politica può svolgere il suo compito se chi vi si impegna non si abbandona al pragmatismo della gestione quotidiana, ma sente il dovere di un confronto che si affidi alla robustezza di strumenti intellettuali.
E’ su questo piano che un’idea circola e se è forte può affermarsi. Il libro di Paolo, le testimonianze di protagonisti da Bodei ad Andrea Camilli, da Vezio De Lucia a Carlo Olmo, da Aldo Pinchera all’arcivescovo Plotti ci parlano del colpo di reni di Pisa, della ricerca di un rilancio attraverso il recupero rigoroso del suo patrimonio storico, architettonico e ambientale.
Si è scommesso su uno sviluppo che si fondasse non sull’occupazione di nuovo territorio ma sulla valorizzazione e ristrutturazione del patrimonio esistente (palazzi storici, le ex colonie). Si è puntato sulla ricomposizione di un tessuto – processo impostato, non concluso – che riguarda beni artistici e università – centri di eccellenza non solo in Italia – turismo, industria e vita quotidiana: da una Pisa concentrata sulla sola piazza dei Miracoli, alla città nel suo insieme per la cui svolta la scoperta delle navi romane ha rappresentato uno straordinario motore.
Da qui la molla per una nuova Porta del turismo, la trasformazione di caserme in centri museali, l’investimento sul porto turistico: in una parola, un’azione di pianificazione urbanistica che realizza qualità e innovazione.
Le idee del libro vanno oltre Pisa. Per esempio quelle relative ai modi di fare il sindaco oggi per esponenti del centrosinistra. Si tratta di rafforzare i rapporti con i cittadini, utilizzando anche le opportunità offerte dalle nuove tecnologie di comunicazione. Un sindaco che non abbia rapporti forti con i cittadini – condizione essenziale e insostituibile – ha già fallito nel suo ruolo. E occorre avere un progetto complessivo che dia unità alle singole azioni e sia capace anche di fare sognare: troppo spesso dimentichiamo che se un sogno viene sostenuto da tanti può essere realizzato. Infine, un’idea di sviluppo che si fondi non sul consumo del territorio ma sul recupero e sulla valorizzazione dei beni architettonici, su una mobilità non legata alla prevalenza delle automobili private, sulla costruzione di un tessuto che sappia unire attività produttive, università, cultura, ricomponendo la separazione dei cittadini divisi in strati non comunicanti: insegnanti e studenti, lavoratori e ceti popolari, visitatori occasionali di una città. Tutto ciò può consentire di vivere e far vivere le città, salvaguardandole da un logoramento che ne disperde le potenzialità e impoverisce la socialità.

Vannino Chiti