«Riformare la Costituzione è possibile. Credo si possa oggi riuscire a trovare un’ampia convergenza dei gruppi parlamentari, anche di opposizione, sulla modifica e l’aggiornamento di alcuni capitoli chiaramente individuati e qualificati della Costituzione». A parlare è Vannino Chiti, ministro per i rapporti con il Parlamento e le riforme istituzionali. Capolista in Toscana nella lista dell’Ulivo per la Camera dei deputati alle scorse elezioni politiche. Chiti le riforme le ha nel sangue, se è vero che già negli anni della presidenza della regione Toscana (1992) aveva battagliato, da sinistra per l’introduzione del federalismo. Una battaglia che, tuttavia, non lo spinge oggi a condividere fino in fondo la proposta di Formigoni del regionalismo differenziato: «anche se di per sé la proposta di Formigoni – spiega Chiti – non è scandalosa, sarebbe prima opportuno avviare il federalismo fiscale stabilito dall’articolo 119 della carta costituzionale in modo da arrivare a stabilire se alcune regioni possono avere determinate competenze prima altre. In un secondo momento occorrerà chiarire in quali materie di competenza legislativa esclusiva statale si potranno riconoscere ulteriori competenze alle regioni a statuto ordinario. Poi potremo aprire un confronto tra Stato e regioni per determinare in concreto le condizioni politiche e istituzionali per attuare questo modello di regionalismo differenziato».
Quanto alla riforma costituzionale Chiti considera un po’ astratto e prematuro discutere oggi di una Convenzione, perché prioritario – dice- «è creare un giusto consenso attorno ai contenuti, e perché la strada più naturale resta quella dell’articolo 138 della Costituzione».
In occasione delle prime audizioni fronte alle commissioni Affari Costituzionali di Camera e Senato avvenute questo mese, Chiti ha voluto spiegare il ruolo che il governo vuole avere nel processo delle riforme: «non sarà spettatore passivo – spiega Chiti – riconoscerà al Parlamento il ruolo cardine in questo processo».
Dal ruolo del governo a quello della società civile. «Il coinvolgimento della società civile nel processo delle riforme costituzionali – racconta Chiti – è un punto fermo e qualificante della politica del governo e, ritengo, anche del Parlamento. In questo senso tengo a rimarcare una forte discontinuità rispetto ai metodi con cui sono state
approntate le riforme costituzionali della scorsa legislatura. Ferme restando le legittime competenze degli organi costituzionali è infatti giusto che le riforme istituzionali vivano dentro le realtà sociali, produttive e culturali del Paese. Del resto, l’affluenza amplissima che si è verificata nel corso del referendum del 25 e 26 giugno dimostra che il corpo elettorale vuole partecipare attivamente alla difficile sfida delle riforme».
Insieme al contributo della società. Chiti vede come determinante l’apporto degli esperti: «l’Italia – dice – vanta una tradizione e la presenza di costituzionalisti di chiara fama, la cui collaborazione sarà decisiva nell’elaborazione di proposte chiare e coerenti e nel trasformare le istanze della politica in norme correttamente formulate».
Subito dopo il voto è uscito uno studio dell’Istituto Cattaneo che spiega come lo scorso giugno gli italiani abbiano detto “no” alla riforma costituzionale approvata dalla Cdl ma non a qualunque riforma della Costituzione. «Questo verdetto popolare – dice Chiti – consegna a tutti noi una responsabilità semmai maggiore, ossia quella di avanzare una nuova proposta di ammodernamento della carta fondamentale facendo bene attenzione ai contenuti e ai modi. In questo senso il coinvolgimento dei cittadini diventa decisivo e deve avvenire in modo diffuso e ampio fin dall’inizio facendo della discussione sulle riforme un patrimonio per tutti».
Il referendum poneva sul piatto la questione della riforma della legge elettorale. «Una riforma – continua Chiti – che è per noi una priorità e che deve essere collegata ad un ripensamento anzitutto della forma di governo. Noi abbiamo detto che vogliamo garantire la stabilità dei governi senza rinunciare a riconoscere più forza ed efficacia ai poteri del Parlamento, in cui le opposizioni devono sentirsi garantite e in grado di esercitare le proprie prerogative, grazie anche a uno statuto delle minoranze. La proposta attorno a cui ragionare sarebbe quella di un sistema elettorale ispirato al modello francese del maggioritario con doppio turno. con collegi uninominali e ballottaggio: ciò garantirebbe la permanenza di un sistema partitico plurale, secondo la tradizione italiana, accanto alla definizione di maggioranze solide ed ampie. In alternativa, vi è la proposta, che raccoglie un crescente consenso, di mantenere un sistema proporzionale con una soglia di sbarramento che impedisca la frammentazione delle coalizioni e l’eccessiva proliferazione di liste e partiti, secondo il modello oggi applicato con successo nella Repubblica federale tedesca».
E poi la riforma del Senato: «abbiamo bisogno di una nuova Camera delle autonomie per superare il bicameralismo perfetto che porta con sé troppi difetti e disegnare un Parlamento che rifletta in pieno la conformazione policentrica delle istituzioni italiane, in cui occorre evidenziare e rafforzare il ruolo delle autonomie, come chiede lo stesso art. 5 della Costituzione. In ogni caso è indispensabile attribuire competenze diverse a Camera e Senato: la prima esprime la fiducia al governo, lo controlla. approva le leggi di interesse nazionale. Il Senato ha funzione primaria nelle leggi e nelle materie finanziarie che si riferiscono al rapporto tra Stato centrale, regioni, autonomie locali. Accanto, dovremmo riformare anche la Camera dei deputati, riducendone il numero dei componenti e modificandone le competenze in relazione a quelle della nuova seconda Camera. Ciò che dobbiamo evitare è di dare vita ad una Camera delle autonomie a composizione mista con una rappresentanza delle autonomie marginale e di facciata, senza diritto di voto».
In un percorso di riforme che veda Parlamento e governo impegnati in un confronto aperto con i partiti politici e tutte le altre realtà più o meno organizzate della società civile, come vede Chiti il ruolo delle realtà associative e culturali simili alla Fondazione per la Sussidiarietà? «Non dovrà essere un ruolo di meri spettatori chiamati a ratificare proposte elaborate altrove. Per far vivere con entusiasmo e partecipazione nel Paese una nuova stagione di riforme, sostituendo ai facili proclami, la sobrietà e il senso di responsabilità di chi non vuole stravolgere la Costituzione ma renderla più consona ai tempi moderni, abbiamo bisogno di un confronto serio con queste realtà, impegnate quotidianamente in una missione di riforma culturale e sociale dell’Italia».
Paolo Luigi Rodari
