Il carcere per punire la diffamazione a mezzo stampa è una norma antiliberale, residuo del ‘Codice Rocco’, voluto dal fascismo.
Il tema è tornato d’attualità negli ultimi giorni, a seguito della condanna definitiva a 14 mesi di detenzione inflitta ad Alessandro Sallusti, per un articolo pubblicato nel 2007 su Libero, di cui, allora, era Direttore. Il caso ha suscitato attenzione mediatica e un vivace dibattito.

È bene sottolineare che la vicenda Sallusti non è isolata. Abolire il carcere per la diffamazione a mezzo stampa è una questione che si trascina da decenni: è stato oggetto di molti Disegni di legge, mai approvati, e ha riguardato decine di altri giornalisti. Per citare un esempio tra i più recenti e significativi, voglio richiamare il caso di due giornalisti del quotidiano ‘Alto Adige’. Nel luglio scorso, il redattore del quotidiano ‘Alto Adige’ Orfeo Donatini e il direttore all’epoca dei fatti – era il 2008 – Tiziano Marson sono stati condannati, in primo grado, a quattro mesi di reclusione. Motivo della condanna la pubblicazione della notizia di un raduno neonazista in val Passiria, al quale – sulla base d’informazioni raccolte dai giornalisti in ambienti delle forze dell’ordine – aveva partecipato anche il consigliere provinciale Sven Knoll, della formazione politica ‘Sudtirol Freiheit’. L’esponente politico, senza aver chiesto alcuna rettifica della notizia, ha sostenuto in udienza di non essere stato al raduno. Questo è stato sufficiente a far condannare i due giornalisti.
In discussione, dunque, non sono le simpatie o antipatie verso questo o quel giornalista: le idee e i modi di comunicare di Sallusti sono anni luce lontani dalle mie convinzioni. Come ha scritto Claudio Sardo “continueremo a batterci contro le idee di Sallusti… Ma vogliamo che la battaglia sia tra uomini liberi”.

In discussione è la libertà, quella di noi tutti, che ha bisogno di essere resa più forte, tanto più in anni difficili come i nostri. Un giornalista non deve andare in carcere per un articolo, che ne sia l’autore o il responsabile della pubblicazione come direttore della testata. Andare in carcere per un’idea o un articolo incrina la tenuta della democrazia.
L’Alta Corte di Strasburgo ha più volte dichiarato che norme come la nostra condizionano e limitano la libertà del giornalista. Questa legge inoltre è senza dubbio in contrasto con l’art. 10 della Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo.
Non possiamo permettere che più a lungo risultino ferite la nostra libertà di opinione e di espressione.

È invece non solo giusto ma doveroso che chi commette una diffamazione a mezzo stampa venga punito con una sanzione pecuniaria, anche forte se la responsabilità è grave, dopo che sia stato disatteso l’obbligo di rettifica documentata, pubblicata con lo stesso rilievo dell’articolo diffamatorio.
Il Senato ha all’ordine del giorno l’esame di un Disegno di legge bipartisan, che affronta queste tematiche.
È importante che il Parlamento approvi quanto prima una legge che, cancellando il carcere per la diffamazione a mezzo stampa, sostituendolo con altre sanzioni – pecuniarie e amministrative -, non rinunciando a tutelare le vittime della diffamazione, rafforzi la libertà e la democrazia, in coerenza con la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo. Sarebbe sbagliato confermare nell’opinione pubblica l’impressione che tutti i problemi più seri – dall’emergenza economica ai costi della politica, dai compiti delle Regioni alle norme sulla diffamazione – per essere risolti debbano essere affrontati dal governo tecnico. Il Governo può svolgere un ruolo importante, non certo esclusivo: altrimenti si certifica l’impotenza della politica.

Guai a smarrire un principio fondamentale e sempre valido: la libertà non consiste nella possibilità di esprimersi di quelli che hanno le nostre stesse convinzioni, ma di quanti hanno idee diverse e opposte.
La prima situazione caratterizza i regimi autoritari; la seconda le democrazie.