Sul Corriere del 30 dicembre un lettore ricorda il 60° anniversario della Costituzione, prendendo spunto dalla campagna di informazione pubblicata sul giornale, enuncia gli articoli che sanciscono i diritti sul lavoro e fa un richiamo alla loro applicazione. Credo che non sia a caso che la spinta venga dal nostro testo costituzionale, perché in esso la parte dei principi fondamentali, tra i quali il lavoro, non pare affatto scritta 60 anni fa. È la sua eccezionale attualità che ne fa per noi la misura di dove siamo e di dove dobbiamo arrivare. Il lavoro cambia sotto i nostri occhi e i diritti conquistati spesso non sono al passo con le nuovo forme di organizzazione e con le esigenze della vita fuori dalla produzione, del tempo per la famiglia e per l’arricchimento personale. Il lavoro cambia ma c’è ancora la fabbrica.
Questa lettera viene pubblicata assieme alla notizia della morte, a 26 anni, di Giuseppe Demasi: la Thyssen, coi suoi sette morti, è lì, a dirci quali erano le condizioni di lavoro in quel luogo e quanto importante sia il rispetto della sicurezza, grazie anche al presidente Napolitano i media hanno concentrato sul tema la loro attenzione, tutti e con continuità. Ora non si può nascondere ciò che per troppo tempo in molti non volevano vedere. Le nuove forme di lavoro richiedono nuove politiche. È urgente attuare le riforme, rendere efficaci i controlli, ricostruire nel nostro Paese una cultura del lavoro che si fondi sull’attenzione e sul rispetto per la dignità delle persone. Non deve suonare in modo formale e retorico ma come un impegno per tutti quanto scritto nell’articolo 1 della Costituzione: «L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro». Salari, sviluppo, dignità delle persone e lotta alla precarietà sono nostre priorità. Anche per onorare la nostra Costituzione, che indica diritti e doveri di tutti e nella quale il lavoro è un diritto, non un favore Per questo nel 2008 non vogliamo celebrarla ma diffonderla, farla leggere e conoscere.

Vannino Chiti