Quello che è accaduto in Catalogna è una sconfitta per la politica e manifesta una debolezza della stessa democrazia. Abbiamo assistito ad una consultazione elettorale illegale, in contrasto con la Costituzione e bocciata dalla Corte Costituzionale spagnola, e ad un’azione di repressione sproporzionata. Un’occasione mancata. Il governo della Catalogna, partiti e movimenti indipendentisti hanno forzato la mano oltre ogni ragionevole limite. Come altre volte è successo in Europa, si pensa così di accrescere la propria forza politica: invece si distrugge il futuro. Lo ha fatto Cameron con il referendum – in quel caso legale – per la Brexit: sperava di uscire vincitore da una consultazione che confermasse la collocazione della Gran Bretagna nell’Unione Europea ma dotandola di poteri per impedire la sua evoluzione verso una democrazia federale. L’esito è stato l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione Europea, un approdo non utile per l’Europa, ma ancora più grave e pesante per chi si è isolato. In Catalogna si è andati oltre: si è voluto far svolgere un referendum illegale, portatore della rottura della coesione della Spagna. Una Catalogna indipendente, inevitabilmente fuori dall’Unione, è espressione di un disegno politico regressivo. Il governo spagnolo, per parte sua, ha scelto la strada peggiore, evitando il confronto, non ricercando un’intesa politica, assistendo passivamente al degrado della situazione, salvo poi ricorrere all’uso delle forze di polizia. Avrebbe potuto negoziare, tenendo fuori da ogni possibilità di accordo l’unità del Paese, sulle ragioni della Catalogna, le sue specificità, un di più di competenze e di responsabilità. Avrebbe per tempo dovuto chiedere un sostegno attivo delle istituzioni europee. L’Unione Europea, da parte sua, si è rassegnata ad un ruolo di distaccato silenzio, burocraticamente corretto, politicamente inefficace. Il risultato del referendum in Catalogna ci porta senza dubbio giorni di grande tensione. In ogni caso più della metà dei catalani non si è recato o non si è potuto recare alle urne. La rivendicazione dell’indipendenza, oltre che sbagliata, non ha in ogni caso una valenza giuridica. C’è uno spazio, ristretto ma possibile, per un confronto costruttivo, che abbia al suo centro un arricchimento dell’autonomia della Catalogna, nell’unità della Spagna. Infine una considerazione sull’Italia: in Lombardia e Veneto la Lega iper-sovranista di Salvini ha indetto strani referendum: legali, certo, ma per me incomprensibili. Si vogliono far pronunciare i cittadini per aprire un confronto con lo Stato centrale, così da avere maggiori competenze. Ciò è previsto dall’articolo 116 della Costituzione e alcune regioni, come l’Emilia Romagna, già lo stanno facendo. E allora? I referendum sono una questione seria: giocarci a fini di ruolo politico non solo apre contraddizioni in quanti li inventano, ma può sfuggire di mano. E non è il caso di farlo, in tempi non facili per la democrazia.